MATY FAHATANY
MATY FAHATANY, morte inutile…erano le parole che spesso ripeteva Maddalena, suor Maddalena, quando mi raccontava il suo viaggio da Betroka a Sakalalina: lei stava molto male, si sentiva la vita che se ne andava ma sono stati necessari diversi consigli degli anziani di Betroka, per prendere la decisione di farla ricoverare presso l’ospedale di Sakalalina, e ulteriori consigli per l’organizzazione del viaggio. Erano partiti da Betroka quando le sue condizioni erano ormai molto gravi: vomito, diarrea, digiuno prolungato, disidratazione, non si reggeva in piedi. Nessuno aveva pensato a somministrarle dei farmaci o mettere una flebo. Gli accompagnatori han fatto i preparativi per la partenza: acqua, riso, carne, il necessario per cuocere,… per strada si sono fermati a fare “pic-nic”… Insomma sembrava che nessuno avesse poi tutta quella gran fretta.
Ma 38 anni di vita passati in missione in Madagascar l’hanno temprata, e Maddalena seppur in condizioni gravissime (al suo arrivo in ospedale aveva anche le allucinazioni) si è ripresa ed è ritornata alla sua missione a Betroka nel giro di quindici giorni, grazie alle attente cure di Agnese che le è stata accanto nei primi giorni di malattia.
Ma non tutti sono “fortunati” come Maddalena che ha avuto le cure necessarie e i farmaci indispensabili, in tempo utile.
Purtroppo in Madagascar le “maty fahatany” continuano ad essere una triste realtà.
Nel mese passato all’ospedale di Sakalalina ho visto queste “morti inutili”.
Inutili perché i malati vengono portati troppo tardi al dispensario o all’ospedale, perché manca l’igiene e l’alimentazione non è adeguata, perché le partorienti vengono assistite da levatrici del villaggio e non da persone esperte (spesso il neonato muore e la mamma subisce lacerazioni importanti e sviluppa infezioni), perché la malaria e le parassitosi, come la malnutrizione e le infezioni intestinali, sono le tristi realtà. Bambini con i ventri gonfi e le gambe magrissime sono l’immagine che tutti noi conosciamo quando si parla di questi problemi in Africa. Ma è molto triste, e fa male quando un bimbo ti muore fra le braccia e non sei riuscito a fare niente per lui: solo una misera flebo per cercare di idratarlo dopo numerosi tentativi per reperire un accesso venoso in quelle braccine tanto piccole che l’ago sembrava gigantesco. In questa triste hit-parade delle morti inutili non possiamo dimenticare la lebbra, le malattie veneree, l’AIDS.
E’ difficile spiegare il dolore che si prova in questi momenti, sia che muoia un bambino piuttosto che un adulto, un uomo piuttosto che una donna…Forse perché queste morti si sarebbero potute evitare se… sempre per quel “se”… “se” i malati venissero portati in tempo dal medico… “se” ci fosse meno miseria ed ignoranza…”se” l’assistenza medico-infermieristica fosse più qualificata… “se” le strade fossero più praticabili e ci fossero i mezzi di trasporto…”se”…”se”…”se”…
Ma non ho passato un mese solo per piangere sulle miserie di questo paese! Ho dei bellissimi ricordi che compensano: come la schiera di bambini allegri che, mentre rientravo alla missione per pranzo, mi correvano incontro chiedendo insistentemente “Comme t’appelle ti?”, a volte rispondevo dicendo il mio nome altre volte vazahà (che in malgascio vuol dire straniero), e loro ridendo ripetevano il mio nome e scappavano via. E gli infermieri con cui ho lavorato all’ospedale: non è stato facile! Il mio francese che non è un granché (ma neanche il loro!) e la cultura differente sono due grossi ostacoli, ma con buona volontà da ambo le parti siamo riusciti a intenderci. Qualcuno mi ha detto che sono molto dinamica, non sapendo che i ritmi nei nostri ospedali sono ben diversi dai loro. Mi hanno seguito con sguardo stupito quando ho prestato assistenza ad un paziente con ictus ed emiplegia: con un po’ di assistenza infermieristica mirata sono riuscita a farlo mangiare, parlare e iniziava a muovere i primi passi. In quel momento ho sentito la loro ammirazione, ed ho spiegato loro che ciò si fa normalmente per questi pazienti negli ospedali italiani. Insieme abbiamo medicato una marea di persone, adulti e bambini, con ferite da trauma o in seguito ad intervento chirurgico. Mi ricordo di Fafai, un ragazzo non di Sakalalina, ricoverato in ospedale ed abbandonato dai parenti perché lebbroso; stava seduto in disparte, parlava poco con chiunque: quando ho iniziato a medicarlo, le ferite delle mani e dei piedi erano infette e purulente; mi ci è voluto una settimana solo per detergerle bene ed arrivare alla parte sana, poi è iniziato il lungo processo di guarigione. Era contento che lo medicassi io, tanto che mi aspettava fuori dalla medicheria e non si faceva toccare dagli altri infermieri. Quando sono partita le ferite delle mani stavano cicatrizzando, mentre quelle dei piedi erano belle e rosee. Gli ho lasciato le mie ciabatte affinché non cammini più scalzo, così guarirà meglio.
Non è facile fare il medico o l’infermiere in questi ospedali: bisogna lottare contro la miseria e l’ignoranza, la mancanza di materiale, e la preparazione e la formazione del personale sanitario in genere è ancora carente.
Sono rientrata a Torino ma un po’ di me è rimasto in Madagascar, là a Sakalalina con Agnese, Maurizio, Coletti, Lalao, Zaina e Albino e Maddalena. Ho promesso che ritornerò al più presto: ho già preparato la lettera di licenziamento!
Mia
Torino, aprile 2004
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LETTERA DI MIA AL FANS CLUB
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